Psicologa dell'età evolutiva

L’intervento cognitivo-comportamentale in età evolutiva

L’intervento cognitivo-comportamentale rivolto all’età evolutiva si basa sul principio che pensiero, emozione e comportamento sono aspetti interagenti che influenzano il funzionamento del bambino. Essendo estremamente difficile poter intervenire in modo diretto sulle emozioni, l’obiettivo è dunque quello di facilitare il cambiamento delle modalità di pensare ed agire correlate a queste emozioni. Per rendere più chiara la connessione descritta tra pensiero, emozioni e comportamento, desidero illustrarne il contenuto:

Al contrario di quanto ci capita spesso di ritenere, non è la situazione in sé a determinare ciò che noi sentiamo, ma è piuttosto il modo in cui noi la interpretiamo. Si immagini, ad esempio, una situazione nella quale diversi bambini (di una stessa classe) stanno leggendo un libro di scienze. Essi hanno risposte emotive a questa situazione decisamente diverse a seconda di quello che stanno pensando nella loro mente mentre leggono:

Giulio pensa: “Questo libro è bellissimo. Finalmente un libro che mi insegnerà ad essere un perfetto scienziato!” e si sente moderatamente eccitato.

Beatrice pensa: “Questo libro è noioso. I miei genitori hanno solo sprecato dei soldi per comprarmelo!” e si sente delusa.

Marco pensa: “Questo libro contiene davvero tante informazioni. E se non le capissi? E se la maestra mi bocciasse?” e si sente ansioso.

L’intervento cognitivo-comportamentale in età evolutiva

Da quanto emerge, dunque: la situazione in se stessa non determina direttamente il modo in cui ci si sente, la risposta emotiva è mediata dalla nostra percezione della situazione. L’intervento cognitivo-comportamentale si pone l’obiettivo di individuare e modificare il pensiero negativo, partendo da un livello più superficiale (al quale abbiamo un più facile accesso) per poi addentrarsi in quello più profondo.

Quando ci capita di non comprendere e di non riuscire a dare un senso a ciò che sentono (emozioni) e a come si comportano i nostri bambini, molto probabilmente è perché noi, ma soprattutto loro stessi, non riescono a cogliere l’interpretazione che hanno fatto della situazione che stanno vivendo. Cosa hanno pensato? I nostri e i loro sentimenti, azioni, modi di percepire la realtà possono essere influenzati negativamente da particolari forme di errato ragionamento. Queste forme di “pensiero sbagliato” prendono il nome di distorsioni cognitive.

L’intervento cognitivo-comportamentale aiuta a correggere il nostro ed il loro pensiero al fine di migliorare lo stato d’animo e il comportamento ad esso associati. In particolare, nel caso dell’età evolutiva, il sostegno psicologico è volto a favorire esperienze di apprendimento che consentano al bambino di trasformare pensieri, reazioni emotive e comportamenti inadeguati e fonti di sofferenza.

Di cosa mi occupo nello specifico

Le problematiche dell’età evolutiva possono essere descritte operando una distinzione generica ma efficace in due grandi categorie.

I problemi internalizzanti

Una categoria specifica di difficoltà emotive e comportamentali caratterizzati da sintomi di ipercontrollo. Ciò significa che il bambino tende a regolare i propri stati interni emotivi e cognitivi in modo eccessivo e inappropriato. Il termine “internalizzante” sta proprio ad indicare che i problemi in questione sono sviluppati e mantenuti all’interno.

Seppure le manifestazioni internalizzanti sono numerose e complesse, è possibile suddividerle in quattro tipologie principali:

  • Ansia
  • Depressione
  • Ritiro sociale
  • Problemi psicofisiologici (lamentele di fastidi o dolori fisici che non hannobase medica accertata).

Ad essi è possibile che si associno aspetti di bassa autostima, problemi scolastici, scarse relazioni sociali.

I problemi esternalizzanti

Categoria che descrive la tendenza del bambino a riversare all’esterno il proprio disagio, causando una situazione di disturbo per l’ambiente.

Nei bambini con questo tipo di difficoltà si osserva:

  • la pretesa che i propri bisogni abbiano la precedenza su quelli degli altri;
  • il ricorso all’aggressività per ottenere ciò che vuole;
  • oppositività e trasgressione di norme sociali.

Anche in questo caso le categorie delle principali problematiche esternalizzanti sono:

  • Disattenzione ed iperattività
  • Comportamento oppositivo-provocatorio
  • Problemi della condotta.

Per ognuna di queste categorie l’intervento cognitivo-comportamentale si pone specifici obiettivi che, con il coinvolgimento di tutti i contesti di vista del bambino (scolastico, sociale e familiare), mira a:

  • Nel caso dei disturbi internalizzanti: ridurre la frequenza/l’intensità di risposte emotive spiacevoli, incrementare le abilità di fronteggiamento e di socializzazione, tollerare le situazioni frustranti scoraggiando l’evitamento, favorire l’acquisizione di comportamenti assertivi, elevare l’autostima e i sentimenti di sicurezza, sviluppare maggiore autonomia, eliminare eventuali lamentele somatiche, incrementare le affermazioni di autoaccettazione, costruirsi un’immagine di sé positiva, raggiungere una condizione di tranquillità e benessere.
  • Nel caso dei disturbi esternalizzanti: incrementare i tempi attentivi, migliorare il controllo degli impulsi, rafforzare l’autostima, accrescere la capacità di riconoscere e verbalizzare le emozioni negative, ridurre l’intensità delle interazioni ostili e di sfida, favorire un’adesione rispettosa alle richieste degli adulti, ridurre il livello di tensione, accrescere la soddisfazione per i propri successi, incrementare la tolleranza alle frustrazioni.

Naturalmente non si stratta di un elenco esaustivo di tutti i possibili obiettivi, in quanto ogni intervento richiede una programmazione mirata e fatta “su misura” del bambini e del suo ambiente sociale.